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lunedì 31 marzo 2014

MASSIME DI PERFEZIONE CRISTIANA


1. Se sei stato chiamato alla perfezio­ne, e più ancora se hai lasciato il mondo per servire e piacere a Dio, non cercare onori dagli uomini e non afflig­gerti quando non ti stimano e non tengono conto di quello che vuoi e desideri.
2. Chi molto si preoccupa di piacere e dar gusto agli uomini, non tarderà a disgustare il Signore.
3. Chi ti loda e ti accarezza, per lo meno ritarda ed impedisce il tuo pro­fitto spirituale, per questo i santi si rallegravano quando si vedevano di­sprezzati e si rattristavano quando venivano tenuti in considerazione.
4. I veri fondamenti della vita spiritua­le sono: rinnegare se stessi, tenersi in poca considerazione, sfuggire gli onori e la stima, desiderare di essere emarginato, preferire l'ultimo posto e fare tutto il bene possibile, senza sperare alcuna ricompensa dagli uo­mini.
5. Se non vuoi sbagliare nelle cose di Dio, rifugiati nella fede e non cercare altro, convinto che essa ti insegnerà con sollecitudine tutto quello che conviene alla salvezza dell'anima.
6. A molti sembra carità ciò che è pura carnalità, infatti, è scontato che le azioni dell'uomo raramente sono im­muni da un attaccamento naturale alla propria volontà e dal desiderio di riconoscenza o dalla propria comodi­tà.
7. Chi è animato da vera carità non cerca se stesso, ma Dio, la cui volontà desidera fare sopra tutte le cose.
8. Agisce saggiamente e con molta accortezza chi cerca di fare il volere degli altri piuttosto che il proprio.
9. Uno dei danni peggiori che l'uomo arreca a se stesso, è essere persuaso di avere buone qualità e pretendere, per queste, di essere onorato e stima­to.
10. La stima e l'onore fanno come l'ombra, che fugge da chi cerca di raggiungerla; nonostante ciò molti scioc­camente si stancano e si affaticano invano nell'illusione di raggiungere tale fantasma.
11. Difficilmente l'uomo arriva a cono­scere se stesso, ragion per cui egli non può giudicare se stesso imparzial­mente; infatti, se si conoscesse a suf­ficienza, sicuramente non fabbriche­rebbe torri così alte sopra fondamenta così poco consistenti.
12. Il vero rispetto e la vera stima devono nascere dal concetto che gli altri si formano di noi, e non da quello che noi ci formiamo di noi stessi.
13. La strada sicura per piacere a Dio, per essere utili al prossimo e per giun­gere presto alla perfezione, è quella dell'umiltà e del sacrificio, non quella della lode e dell'ambizione.
14. Chi accontenta e cura eccessiva­mente il proprio corpo, accarezza il peggiore e più crudele nemico; chi invece lo frena e mortifica, imita Da­vide che tagliò la testa al gigante Golia.
15. Alcuni, con il pretesto di conserva­re la salute e le forze per meglio servire Dio ed essere di maggiore aiuto al prossimo, non solo non si accontenta­no del cibo ordinario, ma anzi se ne procurano dell'altro e si rendono schiavi dei loro appetiti; ma se in ciò ingannano se stessi e, a volte, gli altri, certo non possono nascondere il loro vero scopo a Dio, il quale vede perfet­tamente le intenzioni e conosce i più segreti movimenti del cuore.
16. Vi sono alcuni che, persuasi di essere molto utili o addirittura indi­spensabili agli altri, si usano riguardi e cure più di quanto sia utile, e così ingannano stoltamente se stessi, dato che a Dio nessuno è necessario; e l'esperienza dimostra che quelli che cercano di più le comodità sono gli stessi che si applicano di meno nel lavoro.
17. L'esagerata preoccupazione per le cose materiali è simile ad una spina conficcata nella carne, che punge crudelmente finché non viene estrat­ta.
18. Chi ama troppo il proprio corpo si fa schiavo volontario di se stesso, e questa schiavitù lo rende tanto preoc­cupato e distratto che, non solo non gli permette di gustare le cose spirituali, ma anzi lo fa diventare egoista e duro con quelli con cui tratta; vuole che tutti abbiano compassione di lui e si lamenta del più piccolo incomodo.
19. Se è necessario curare e regolare il corpo, a maggior ragione occorre una regola ed un ordine per curare l'anima, perché da questa si sprigiona tutta la bontà e la malizia degli atti esteriori.
20. Colui che si ostina nel proprio giudizio e parere, dà segni di ostinata presunzione e giudica gli altri come meno intelligenti e prudenti; ciò fa sì che facilmente si perda, cada in gravi errori e finisca in balia del demonio.
21. La curiosità nel guardare e inda­gare le cose altrui è origine di molte tentazioni e cadute.
22. Lo smoderato desiderio di sapere non è privo di orgoglio, anzi spesso è causa di deplorevoli aberrazioni.
23. Chi giudica gli altri senza fondati motivi, ossia senza prove chiare, manca alla carità ed offende la giustizia.
24. Per poter trattare familiarmente con Dio, è necessario fare come un novello Abramo: uscire dal proprio popolo e dalla casa paterna, vale a dire rinunziare al disordinato affetto verso i genitori, parenti ed amici.
25. Siccome l'affetto e l'eccessivo at­taccamento ai genitori e ai parenti sono di grande ostacolo per cammina­re e giungere alla perfezione, per questo Gesù Cristo, maestro e modello di perfezione, ordina tassativamente a quelli che vi sono chiamati, di rinun­ziare non solo ai genitori e ai fratelli, ma anche al mondo e perfino a se stessi.
26. A poco vale aver lasciato il mondo con il corpo, se poi vi si ritorna con il cuore, vuoi con lo smoderato desiderio di aver notizie dei propri familiari ed amici, vuoi con la premura di ser­virli e favorirli, perché il primo dissipa e distrae dai doveri del proprio stato e l'altro costituisce intromissione negli affari dei laici.
27. Chi cerca altre cose anziché amare puramente Dio e la salvezza della propria anima, andrà incontro solo a dolori e tribolazioni.
28. La vera carità non ammette né favorisce amicizie particolari, sia per i pericoli che queste ordinariamente portano con sé, sia perché offendono sempre gli altri con i quali è doveroso trattare.
29. Le amicizie particolari sono ordi­nariamente origine ed alimento di la­mentele, mormorazioni, denigrazioni e discordie.
30. Chi ama veramente cerca con de­licatezza di non offendere la persona amata; per questa ragione, chi vive in comunità e si onora di amare il proprio istituto, deve evitare ogni singolarità ed ogni affetto particolare, special­mente con quanti sono meno spirituali e più spregiudicati.
3l. La persona che vive nel chiostro e non ha in onore la propria vita religio­sa, né l'ama e serve come madre, sarà giudicato e punito da Dio come un figlio indegno ed ingrato.
32. Le conversazioni lunghe e troppo familiari, difficilmente sono esenti da peccato e, non poche volte, sono mo­tivo di sospetti, critiche e scandali.
33. Molti credono di giustificare le loro vistose mancanze, adducendo la pro­pria buona intenzione, ma questo non basta, perché, data l'impossibilità di penetrare nelle intenzioni, siamo soliti giudicare soltanto dalle opere.
34. Con le persone verso le quali si prova tenerezza od esagerato affetto, anche se ciò si fa col pretesto della carità e del profitto spirituale, è bene rompere qualsiasi tipo di conversazio­ne, specialmente se a tu per tu.
35. Siamo nati tutti per lavorare e non per oziare, perciò l'ozioso e il fannullo­ne rubano ciò che consumano e di­sprezzano il comandamento di Dio.
36. L'ozio è il padre di tutti i vizi, perciò non è immune da vizio chi non si applica al lavoro come lo esigono il suo stato di vita e la sua condizione.
37. A ragione l'ozio viene chiamato come la tomba degli uomini vivi, il suo fetore ammorberà nel momento della morte coloro che ora non vogliono sentirlo.
38. Chi non vuol saperne di lavoro imita i fuchi, che sfruttano inutilmen­te il sudore delle laboriose api.
39. Non spetta all'inferiore o al suddi­to scegliere il lavoro o l'occupazione a cui dedicarsi, ma è compito proprio ed esclusivo di chi dirige o del superiore. 40. Chi è sempre occupato e svolge bene il suo lavoro, sbarra le proprie porte al demonio e scaccia le tentazio­ni.
41. Trattare opportunamente delle cose spirituali significa fare insieme due opere buone, vale a dire: far provviste per sé e giovare al prossimo.
42. La lingua è il mezzo ordinario con il quale il cuore si esprime.
43. Chi parla poco di Dio, vuol dire che ha il cuore vuoto del suo amore.
44. Chi ama veramente la virtù e de­sidera la perfezione, parla ed ama sentir parlare della cose spirituali e delle grandezze di Dio.
45. Chi deride le cose spirituali e le persone religiose, dà segni di spirito diabolico.
46. Il grande impegno e l'astuzia del demonio consistono nel far sembrare aride e pesanti le conversazioni e le pratiche delle cose spirituali, e piace­voli quelle mondane; ben sapendo che le prime danno la vita all'anima e le seconde causano ordinariamente la sua morte.
47. La vera virtù, anche se a prima vista è un po' aspra, quanto più si tratta e si pratica, più si ama e dà consolazione; al contrario, il vizio, seduttore all'inizio, più si prova e più affligge e tormenta.
48. Vi sono parecchi che parlano delle virtù molto bene ed insegnano agli altri come praticarle, però soddisfatti di questo e credendo d'aver fatto ab­bastanza, imitano i portieri dei palazzi: indicano agli altri la strada, ma essi se ne restano seduti.
49. La diligenza e l'attenzione in tutte le nostre cose ed azioni sono virtù che piacciono a Dio e agli uomini.
50. E' diligente colui che cerca di fare le cose a tempo debito e così com'è stato ordinato, in tal modo dimostra di amare Dio e di agire con docilità e gioia.
51. Offende molto Dio e dispiace ai confratelli il mostrarsi diligente nelle cose che riguardano le proprie como­dità ed il sollievo corporale, ed invece
freddo e negligente nel lavoro e nella pratica delle virtù.
52. Piace di più a Dio una sola opera buona fatta con diligenza, piuttosto che molte fatte con negligenza.
53. Certo non si può dire che faccia le cose per amor di Dio e con gioia, colui che le compie unicamente perché sono di suo gusto o le trascura e fa male perché non gli vanno a genio.
54. Chi durante la vita ha cercato di essere diligente nella pratica delle vir­tù, grande conforto e fiducia proverà nell'ora della morte.
55. La pace interiore è la più grande felicità di questa vita.
56. La vera tranquillità consiste nel non offendere Dio, nell'onorare e ser­vire il prossimo e nel vincere se stesso. 57. Se vuoi la pace con Dio, elimina il peccato; se vuoi averla con il prossi­mo, sii umile; e se vuoi averla con te stesso, sii mortificato.
58. Le liti e le contese sono il vero ladro della pace interiore e sono anche quelle che arrecano più danno nel mondo e nelle comunità.
59. Le liti e le discordie, cos'altro sono se non un po' di fumo e vanità?
60. Chi per umiltà e amor di Dio, cerca di evitare le contese, rinunciando ai suoi diritti, non
solo non resta vinto, ma anzi riesce vincitore con maggiore merito ed onore.
61. Non c'è strada più diritta e sicura, che conduca alla vita eterna, di quella della tribolazione e delle contrarietà, accettate con rassegnazione.
62. Chi in questa vita vuol godere senza limiti, non potrà fruire della visione beatifica.
63. S'inganna molto chi crede di poter meritare la gloria eterna, sfuggendo la croce e le tribolazioni.
64. Appena si respira il primo soffio d'aria in questo mondo, viene asse­gnata a ciascuno la sua propria croce, che è necessario portare di buon grado o per forza, però con questa notevole differenza: che è più soave e leggera per chi l'abbraccia con amore e sotto­missione, mentre si fa più pesante ed amara per quelli che la sfuggono e la rifiutano.
65. In questa vita non vi è condizione tanto privilegiata, né stato di vita così sicuro e santo che sia completamente privo di contrarietà e sofferenza.
66. Se si conoscesse e considerasse il premio di vita eterna che procura il soffrire in questo mondo ogni genere di tribolazione, per amor di Dio, sicu­ramente non la si sfuggirebbe con tanto impegno, infatti, il Signore stes­so ci assicura che, se permette tutto ciò, lo fa perché ci ama, ha stima di noi e vuole il nostro bene.
67. Quando il Signore mette alla prova i suoi amici con varie tribolazioni, non fa come sono soliti quelli del mondo, che abbandonano l'amico non appena lo vedono avvilito e bisognoso, ma anzi, proprio allora, Egli sta più vicino ad essi per aiutarli, liberarli, e coronarli di gloria.
68. Sbaglia di molto chi crede che le sue sofferenze e i suoi disagi siano i più grandi e i più penosi. Non s'accor­ge che con tale atteggiamento reca offesa a Dio, che è giustizia infinita, il quale come padre misericordioso non permette che alcuno sia sottomesso a prove superiori alle sue forze.
69. C'è chi stoltamente dice: «Che male ho commesso perché Dio mi castighi e mi faccia tanto soffrire?» Poveretto! Chi credi di essere tu, per prendertela con il tuo creatore? Dimentichi, forse, che, come figlio di Adamo, sei nato nel peccato e che, come tale, non sei tanto innocente come ti porta a credere il tuo amor proprio?
70. La sofferenza, per l'anima, è come certe medicine, le quali, mentre ti cu­rano, ti preservano allo stesso tempo anche dalle malattie del corpo; o come la pietra di paragone, che ti indica il progresso fatto nel cammino della virtù e della perfezione.
71. Abbattersi nelle tribolazioni e nelle contrarietà, e attribuirle alla malizia o cattiveria di determinate persone o ad altre cause, è segno di poca fede, perché è certo che, senza che Dio lo voglia, non muore un passero, né cade un solo capello dal nostro capo.
72. Chi non si preoccupa di frenare la propria lingua, fa come chi vede bru­ciare la sua casa e non muove un dito per spegnere il fuoco.
73. Benché la lingua sia una parte molto piccola del corpo, senz'altro è importante e molto potente, sia per fare il bene come per provocare il male; con essa si loda o si offende Dio, creatore di tutte le cose, e con la stessa ugualmente si favorisce il male e si perseguita e calunnia il bene.
74. Senza la grazia di Dio è più difficile porre freno alla lingua che domare una belva.
75. La malalingua è così spietata e maligna che, prima di arrecare danno ad altri, ferisce il suo stesso padrone, determinandone a volte la morte del corpo e dell'anima.
76. Colui che parla con doppiezza e finzione, offende Dio e quanti lo ascol­tano, senz'accorgersene, si rende an­tipatico e odioso.
77. La menzogna rende vile e disonora sempre chi la proferisce.
78. Mentire ad un'altra persona è come offenderla, però mentire ai superiori, anche se in cose di poco conto, è come voler ingannare Dio, la cui autorità essi rappresentano.
79. Il brutto vizio della menzogna suol avere come movente principale l'invi­dia del buon nome e della buona riputazione del prossimo, o la scusa e l'occultamento delle proprie mancan­ze.
80. Chi nel parlare si compiace nel mortificare il prossimo, anche se lo fa per scherzo o per far mostra di abilità e arguzia, manca alla carità: infatti, questo è voler provare gusto a scapito del disgusto del proprio confratello.
81. Dire male del prossimo e attribuire colpe all'innocente è come uccidere moralmente.
82. Lamentarsi e criticare i superiori è erigersi ad accusatori e giudici dei rappresentanti di Dio.
83. Chi rivela ad altri, che non devono né è bene che le sappiano, le mancan­ze e i segreti del proprio confratello, semina discordie e diventa colpevole di molti peccati.
84. Chi si urta facilmente e non accet­ta la salutare correzione, dà segno di animo rozzo e di poca pietà.
85. La correzione è una medicina che, somministrata opportunamente e presa di buon animo, se da una parte è amara per il corpo, dall'altra arreca vantaggio all'anima.
86. Sbaglia molto ed è complice di non pochi mali il superiore che, per non arrecare dispiacere ai sudditi, lascia correre le mancanze senza corregger­le; però, cosa dire dei sudditi che si lamentano della correzione e la di­sprezzano?
87. Chi si scaglia contro il confratello perché ha rivelato la sua mancanza al superiore, disprezza il precetto della correzione fraterna e dimostra che ha poca stima della propria perfezione.
88. Quando uno si lamenta del supe­riore per il suo modo di correggere o per l'eccessivo ingrandimento della mancanza, e perché vuole che le cose vadano secondo il suo gusto e non considera che la sua maniera di com­portarsi gli procurerà molta riprova­zione e dispiacere.
89. Giudicare del come, quando, in che condizioni e con quali parole debba farsi la correzione, non è mai del suddito, ma del superiore, che rappre­senta Dio.
90. Non pretendere di sapere ciò che non t'importa di sapere.
91. Chi va spesso curiosando, perde tempo e non ricava nulla di buono dal suo impegno, anzi commette peccato e va incontro alla sua rovina.
92. L'assidua e prudente laboriosità è nemica mortale della vana curiosità.
93. Molti, ingannati dal demonio, con la scusa di voler sapere per fare del bene al prossimo, non temono suffi­cientemente i pericoli di una indiscre­ta curiosità, e così restano intrappola­ti nel laccio per essi preparato, donde derivano deplorevoli cadute.
94. Siccome l'occhio non è mai sazio e l'udito mai soddisfatto, la curiosità è un vizio di cui non ci si libera facilmen­te, se non si pratica con il massimo impegno la mortificazione dei sensi.
95. Chi desidera raggiungere la perfe­zione deve mettere in pratica i mezzi seguenti: rinnegare se stesso, mortifi­care le passioni e odiare tutto ciò che sa di mondano.
96. Nel ritiro e nel silenzio l'anima riceve più luci celesti e progredisce nella via della perfezione.
97. Non bisogna dimenticare che il nostro progresso nella via della virtù e perfezione va di pari passo con l'amore alla mortificazione.
98. Felice chi ama di non essere notato e tenuto in considerazione, ma piut­tosto di essere misconosciuto e di­menticato.
99. Beato chi sa allontanare e mettere da parte, con prontezza, tutto ciò che può offendere Dio.
100. Quanto più l'uomo conosce Dio e conosce se stesso, tanto più trova motivi per diffidare di sé, di implorare e di piangere.

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