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sabato 23 gennaio 2016

Le ragioni per andare a Roma il 30 gennaio



di Rodolfo Casadei (Tempi)
«A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall’approvazione o dalla legalizzazione del male. In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste».
«Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. (…) Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge».
«La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia,cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società» (Estratti da: Congregazione per la dottrina della fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, prefetto Card. Joseph Ratzinger, approvato dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, 3 giugno 2003).
Ogni cristiano, ma anche ogni uomo di buona volontà che grazie alla ragione è in grado di riconoscere la legge morale naturale, ha il diritto e il dovere di opporsi all’introduzione di leggi che danneggiano il bene comune e il buon diritto dei più deboli. Le leggi che istituzionalizzano e premiano economicamente unioni diverse da quella del matrimonio fra un uomo e una donna vanno contro il bene comune, perché sprecano le scarse risorse pubbliche destinandole a chi non ne avrebbe diritto e perché compromettono l’interesse preminente dei bambini e il loro diritto ad avere un padre e una madre. Per questi motivi chi aderisce e partecipa alla manifestazione del 30 gennaio a Roma esercita il diritto e assolve al dovere di contrastare un’ingiustizia.
Il compito del cristiano nel mondo non si esaurisce nell’annunciare Cristo salvatore e mostrare la bellezza del cristianesimo. Come ogni altro uomo, è chiamato ad amare il prossimo facendo sì che a ciascuno sia resa giustizia. Come sta scritto accanto alla testata dell’Osservatore Romano, “unicuique suum”: a ciascuno sia dato ciò che gli è dovuto. Che si tratti dei benefici economici stornati dalle famiglie per riversarli su coppie strutturalmente infeconde, del diritto di ogni figlio ad avere una mamma e un papà, di profughi da trarre in salvo anziché lasciarli perire fra le onde del mare, di operai ai quali non è pagato il giusto salario, di commercianti che subiscono estorsioni da parte della criminalità, della vendita di armi a regimi o a gruppi ribelli che violano i diritti umani, del sostegno che il proprio paese potrebbe trovarsi a fornire ad aggressioni internazionali o a gruppi terroristici, dell’insopprimibile diritto di ogni concepito alla vita, il cristiano è chiamato a combattere leggi e politiche ingiuste con tutti gli strumenti tipici dell’agire politico, senza escludere le manifestazioni di piazza.
Davanti a un malvivente che sta cercando di accoltellare e rapinare un passante indifeso, il cristiano non può limitarsi a testimoniare la sua vita trasformata dall’incontro con Cristo in misura tale che lui si astiene dall’accoltellare e rapinare i passanti. No: dovrà prima di tutto fare il possibile perché il passante non venga accoltellato e rapinato. Se non lo facesse, getterebbe il discredito sulla fede che dice di professare, scandalizzerebbe e renderebbe non più facile ma più difficile per gli uomini riconoscere Cristo.
Naturalmente partecipare al Family Day 2016 non è l’unico modo di opporsi all’ingiustizia che un cristiano può mettere in pratica il giorno 30 gennaio. Se quel giorno qualcuno ha un consiglio di classe o un’assemblea genitori dove si discute l’introduzione di sussidi scolastici volti a imporre il pensiero gender nelle scuole, farà la cosa giusta mettendosi di traverso in quella sede. Oppure quel giorno un padre o una madre si troveranno a farla fuori col figlio o la figlia vittime della “colonizzazione ideologica” sui temi della vita e della famiglia denunciata a suo tempo da papa Francesco, e allora faranno bene a dare la precedenza al dovere genitoriale rispetto a quello civico.
La posizione sbagliata è quella di chi dice: «L’importante non sono le leggi, l’importante è altro. Non è con leggi più conformi alla legge naturale e alla sua conferma attraverso la Rivelazione che si arriva alla conversione del cuore». Invece le leggi sono importanti perché, come recita un altro passo del documento della Congregazione per la dottrina della fede sopra citato, «le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l’oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell’istituzione matrimoniale» (n. 6).
Come scrive san Giovanni Paolo II nella sua enciclica Evangelium Vitae, «se le leggi non sono l’unico strumento per difendere la vita umana, esse però svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume» (n. 90).
Altra posizione sbagliata è quella di chi dice: «Io non vado a Roma perché tanto è inutile. La deriva antropologica che genera questo tipo di leggi è inarrestabile, quindi non ci spreco forze». Questa posizione è sbagliata per due motivi. Il primo è di ordine fattuale: le manifestazioni popolari di piazza hanno realmente frenato le legislazioni anti-famiglia in Italia e in Francia. Frenare significa limitare i danni alla vita delle persone. Senza il Family Day del 2007 in Italia avremmo avuto non solo i Dico, ma per il tipico effetto palla di neve di queste cose avremmo già da tempo le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e l’introduzione di diritto o di fatto della pratica dell’utero in affitto. I bambini danneggiati ingiustamente sarebbero già decine di migliaia. Avere evitato questo è un merito agli occhi di Dio e agli occhi degli uomini. Esercitare forme di resistenza come quelle del 20 giugno dello scorso anno e del 30 gennaio di quest’anno contribuirà probabilmente ad ammorbidire la Cirinnà, quindi a risparmiare dolore e ingiustizie.
Anche se dopodomani i paletti dovessero saltare, e l’Italia si ritrovasse con una legislazione e con pratiche giuridiche analoghe a quelle del Regno Unito o della Spagna, nessuno mai potrebbe cancellare il fatto che tanti esseri umani hanno beneficiato dell’impegno di chi dato vita, pagando di tasca sua, al Family Day del 2007 e a quelli del 2015 e del 2016. Se per qualcuno avere evitato per nove anni e speriamo per altri ancora (vediamo cosa succede con la Cirinnà) che decine di migliaia di bambini fossero consegnati legalmente a coppie dello stesso sesso non ha nessun valore, non fa nessuna differenza rispetto al suo opposto, cioè l’aver contribuito, con l’omissione e il silenzio, che questo avvenisse, beh forse deve farsi un esame di coscienza e chiedersi cosa significano per lui parole come «amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 39) e «questo è il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo» (Is 58, 6).
La seconda ragione per cui è sbagliato avanzare il pretesto della presunta inutilità delle manifestazioni come quella del 30 gennaio per giustificare la propria astensione dalla partecipazione, è che al cristiano è chiesto molto più, nella vita, che attenersi ad un’ottica utilitaristica: al cristiano è chiesto di testimoniare Cristo di fronte agli uomini. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9, 26). Non c’è scritto da nessuna parte che la testimonianza a Cristo riguarda solo la vita privata e i rapporti personali, e non la vita pubblica e la dimensione politica dell’esistenza. Se così fosse, i primi cristiani non sarebbero stati perseguitati. Il loro crimine, infatti, era eminentemente politico: si rifiutavano di venerare l’imperatore come una divinità. Avrebbero potuto ammorbidire la propria posizione, avrebbero potuto valutare che l’opposizione frontale alla pretesa dell’imperatore non serviva a un processo di conversione del medesimo, che occorreva cogliere quale desiderio profondo esprimesse quella sua volontà di essere riconosciuto come una divinità; avrebbero potuto mediare e dichiarare che sì, veneravano la natura divina dell’imperatore così come la veneravano in tutti gli uomini, perché con l’incarnazione di Cristo ogni uomo era stato divinizzato.
Non ho dubbi che molti teologi di oggi sarebbero stati capaci di trovare la scappatoia e di salvare capra e cavoli, abili come sono a posizionarsi per non dare fastidio al potere. L’imperatore gliela avrebbe fatta passare liscia, perché a lui importava solo ottenere quell’ossequio che avrebbe rafforzato la legittimità del suo potere politico. Era solo una questione politica. Ma i cristiani di allora hanno ritenuto di non poter transigere. Perché partivano dalla certezza che, prima di ogni considerazione di utilità, occorre piacere a Dio piuttosto che agli uomini, come scrive Paolo nella lettera ai Galati (1, 10).
Certo, questa scelta comporta spesso ostilità da parte degli uomini e a volte persecuzioni, ieri come oggi. Non sarà allora per questo, cioè per l’umana riluttanza di fronte all’ostilità sociale e al rischio di persecuzioni, che oggi ci troviamo di fronte al fenomeno di un certo numero di cristiani che riducono la fede alla sua dimensione privata e intimistica? Su questo argomento continuiamo il discorso fra qualche giorno.

Tempi

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