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domenica 1 febbraio 2015

IL PENTIMENTO FINALE E L'ATTO DI CONTRIZIONE


Alcuni credono di poter condurre una vita lontani da Dio per poi ricorrere al “pentimento finale”, alle soglie della morte. Ma è un pensiero imprudente e pericoloso. L’ignoranza in materia inganna molti. Perciò sarà utile conoscere la cosiddetta “contrizione”, dono divino alquanto raro.
Nel caso in cui un peccatore, trovandosi in punto di morte impossibilitato a ricevere i Sacramenti, sinceramente pentito, compisse un atto di contrizione perfetta, riceverebbe l’assoluzione delle sue colpe direttamente da parte di Dio e se morisse si salverebbe. Tale contrizione (o dolore perfetto), tuttavia, per essere valida ed ottenere il perdono deve possedere 6 caratteristiche fondamentali, alcune delle quali, eccettuata la quinta, sono proprie anche del dolore necessario per la validità del sacramento della Confessione.
1) Sommo, in quanto il peccato deve essere ritenuto come il male peggiore e la più grande sciagura possibile su questa terra, perché è la perdita di Dio Sommo Bene. Non significa con ciò che si debba provare un dolore maggiore per intensità di qualsiasi altro, come sarebbe per esempio la perdita di una persona cara, ma “apprezzativamente” sì, al punto che in caso di scelta dovremmo preferire la nostra stessa morte alla perdita di Dio.
2) Interno, nel senso che il dolore per essere valido non deve necessariamente manifestarsi all’esterno con lacrime e sospiri, ma deve scaturire dall’anima, dalla volontà e dall’intelletto: «Stracciatevi il cuore e non le vesti».
3) Universale, cioè si deve estendere senza eccezioni a tutti i peccati mortali, in quanto tutti offendono Dio e ci privano del Paradiso.
4) Soprannaturale, perché deve nascere da motivi di fede e non da motivi naturali, come sarebbero il rimorso per aver perduto un’amicizia, il lavoro, i beni terreni o l’essere incorso nell’infamia, nella giustizia civile, ecc. Questi ultimi motivi da soli non sono sufficienti nemmeno per ottenere il perdono nel sacramento della Confessione.
5) Motivato dalla carità perfetta. Non tutti i motivi soprannaturali sono sufficienti per ottenere il perdono al di fuori del sacramento della Confessione, ma solo quello che deriva da un atto perfetto di amor di Dio. Quindi il dolore non dovrà procedere da motivi soprannaturali inferiori, quali sarebbero ad esempio la paura dell’inferno e dei castighi di Dio, perché sebbene siano sufficienti al fine del Sacramento, non lo sono altrettanto al di fuori di esso. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna tutto ciò espressamente ai numeri 1452-1453: «Quando proviene dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta “perfetta” (contrizione di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale. La contrizione detta “imperfetta” (o “attrizione”) è, anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza».
6) Accompagnato dalla volontà di accostarsi al sacramento della Confessione il prima possibile. Tale caratteristica è la prova della sincerità del pentimento; ossia l’anima è disposta a tutto ciò che Dio, l’Offeso, gli chiede per ottenere di nuovo la sua amicizia.
Si capisce allora che compiere un atto di contrizione perfetta non è qualcosa di semplicissimo da fare, né di così scontato, ma anzi è una grazia straordinaria di Dio che la Chiesa ci fa chiedere insistentemente ad ogni Ave Maria: «Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte». Dio la concede a coloro che in vita si sono sforzati di osservare la sua Legge e di conservarsi nella sua grazia, facendo buon uso di quei mezzi di grazia offertici a tale scopo da Dio, quali i Sacramenti e la preghiera (la pratica dei primi nove venerdì del mese e i primi cinque sabati).
Chi ricusa di confessarsi in vita con la scusa di pentirsi in punto di morte e di ottenere così il perdono si inganna. Egli accumula su di sé altri peccati oltre quelli che già ha, mettendosi in una condizione peggiore di prima. Pecca innanzitutto contro la virtù della speranza, perché, come spiega san Tommaso d’Aquino, si può andare contro questa virtù o per difetto o per eccesso: per difetto con la disperazione, per eccesso con la presunzione.
La speranza, infatti, è quella virtù teologale che ci fa desiderare e aspettare da Dio con ferma fiducia «la vita eterna e le grazie per meritarla» (CCC 1843). Ora, chi si affida ad un intervento finale da parte di Dio trascurando le grazie necessarie per meritarla è simile a chi, dovendo fare un lungo viaggio per mare, rifiuta il passaggio offertogli dalla nave per affidarsi ad un legno che galleggia sull’acqua, sperando in un vento favorevole; è la tentazione del diavolo che dice a Gesù di gettarsi dal pinnacolo perché tanto Dio invierà i suoi Angeli a salvarlo e a cui Gesù risponderà: «Non tenterai il Signore Dio tuo». Infine, l’anima che presume la propria Salvezza rifiutando di servirsi dei Sacramenti aggiunge anche il peccato di ingiuria nei confronti di Cristo che li ha istituiti, perché ripudiandoli o ne nega l’efficacia o comunque ne rende vana l’istituzione.

Perciò guardiamo sempre di attendere alla nostra Salvezza – come dice san Paolo – «con timore e tremore» (Fil 2,12), facendo buon uso di tutti i mezzi di grazia che il Signore ci ha concesso. Se poi ci capitasse di trovarci in punto di morte senza la possibilità dei Sacramenti, stringiamoci al petto un crocifisso e baciamolo con venerazione, contemplando quelle piaghe d’amore con riconoscenza e pentimento, affidando alla Madonna, Rifugio dei peccatori la nostra povera anima.


dal Numero 28 del 14 luglio 2013
di Padre Angelomaria Lozzer, FI
http://www.settimanaleppio.it/dinamico.asp?idsez=6&id=220

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