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venerdì 6 febbraio 2015

NOTIZIE STORICHE SUL CARNEVALE



La tradizione del Carnevale ha radici antichissime, addirittura parliamo dei secoli di predominio Romano: infatti nel secondo libro delle georgiche Virgilio descrive una festa di contadini in onore di Bacco, con canti, tripudi e riti che richiamano, per il loro carattere propiziatorio, molte attuali feste rurali.
Le orrende maschere citate da Virgilio, fatte di corteccia d'albero o scavate nel legno, sono tuttora usate dopo duemila anni in alcune aree periferiche più conservative. Se ne hanno in Sardegna e nella cerchia alpina, dalla Valdaosta alla Carnia.
Secondo alcune credenze popolari, che si possono ricondurre a concezioni e riti antichissimi, nelle feste di inizio dell'anno agrario ricompaiono sulla terra le divinità e gli esseri degli inferi, i demoni. Il carnevale era una di tali feste e le maschere rappresentavano questi esseri demoniaci. Arlecchino, la più significativa delle maschere, ha la sua etimologia dalla parola holle, inferno. Arlecchino, infatti, significa “l'infernale” o addirittura “il re dell'inferno”. Per questo motivo la maschera di Arlecchino è nera e negli esemplari più antichi presenta un aspetto spaventoso. Arlecchino compare già in Dante (Inferno c. XXI e XXII), nella sua duplice valenza, demoniaca e burlesca.
Anche le maschere di tutta la cerchia alpina presentano una espressione chiaramente demoniaca, nel duplice aspetto orrido e comico insieme. Giova ricordare che anche al di la delle nostre Alpi, in Svizzera come in Austria persiste lo stesso tipo di maschera carnevalesca.
Un interessante esempio delle mascherate legate ai riti rurali si svolge a Perugia. Vi partecipa una vecchia donna che indossa una maschera di corteccia di albero. La donna incontra dei taglialegna che la confondono con una vecchia quercia e cercano di abbatterla nonostante l'intervento di altri personaggi. In seguito si accorgono dell'errore e cercano di rianimare la donna e chiamano il dottore. Quest'ultimo porta una maschera di legno, le scarpe di legno e una finta coda.
Le maschere più conosciute in tutto il Paese sono quelle della Commedia dell'Arte, un genere teatrale che ebbe la sua fioritura dal sedicesimo al diciottesimo secolo. La particolarità dei suoi personaggi mascherati è che rimangono gli stessi nonostante i cambiamenti della vicenda: Arlecchino, Brighella, Pulcinella, Pantalone, Colombina.
Oltre alla Commedia dell'Arte, in Italia è conosciuto dal XXVII il carnevale di Venezia. Il carnevale cominciava dopo Natale e finiva verso la fine di giugno. Durante questo periodo delle maschere bianche e nere potevano essere indossate dai ricchi e dai poveri senza distinzione. Ai portatori di maschere erano concessi alcuni privilegi quali, per esempio, il diritto di giocare d'azzardo dalle otto alle nove della mattina conservando il volto coperto.
4. CONSIDERAZIONI
Da queste brevi note storiche emerge che il carnevale è, nella sua essenza, ambiente ideale per far sguazzare satanasso... Il numero dei peccati commessi in questi giorni (specialmente impuri) è enorme... Innumerevoli santi in questi giorni facevano grandi penitenze riparatrici e più di qualcuno ha lottato strenuamente per la sua abolizione. Un nome su tutti: san Carlo Borromeo, che cercò prima di ridurre i giorni di festeggiamenti, poi di limitarne gli effetti, infine di abolirlo del tutto. In tempi di miopia ecclesiale in cui il carnevale si celebra perfino nelle Parrocchie e, purtroppo, anche in qualche Seminario (!), cerchiamo di portare sempre alta la sana allegria e gioia cristiana, che non ha bisogno di sfrenarsi e di divertimenti estremi per essere sempre viva, allietando la vita propria e altrui dalla ridondanza della vita di grazia, come disse l'Immacolata: "il mio spirito esulta in Dio... Tutte le generazioni mi chiameranno beata". Senza bisogno di alcuna carnevalata.
Questa una sintesi di ciò che fece san Carlo.
“Hora qui ricordati, Milano, le mascare, le comedie, i giuochi paganeschi, i balli, i banchetti, gli eccessi delle pompe, le spese disordinate, le risse, le questioni; gli homicidii, le lascivie, le disonestà, le mostruose pazzie e dissolutezze tue”. Così tuonava San Carlo Borromeo nel 1576, anno della peste, contro i milanesi e la loro brama di divertirsi. Anzi due anni prima l'arcivescovo era riuscito, dopo una lunga campagna contro il carnevale, a convincere i fedeli a rinunciare al “quinto” giorno in modo da far finire l'ultimo giorno di carnevale alla mezzanotte del sabato e non della domenica (il carnevale ambrosiano, tradizionalmente, è quattro giorni più lungo...).
In seguito riuscì a proibire i festeggiamenti nella piazza del Duomo ma una delegazione cittadina si appellò addirittura al papa perché l'arcivescovo tornasse sui suoi passi.
In questo clima si giocava la partita della vittoria piena della Quaresima sul Carnevale, che il vescovo conduceva a colpi di editti e di censure; significativamente, quello che a Milano era per tradizione l'ultimo giorno di festa doveva diventare giorno di penitenza e di astinenza.
Da una parte il Borromeo dispensava indulgenze a chi si comunicasse in quella domenica, dall'altra proibiva a chiunque di circolare in maschera nei pressi delle chiese mentre vi si svolgevano le sacre funzioni. L'immagine insistentemente proposta nelle esortazioni alla coesione e all'ordine era quella di un tempio assediato dalla follia del Carnevale, al cui interno si resisteva con eroismo:
“Celebravamo nella nostra chiesa Metropolitana i divini Offici…e quando predicavamo la parola di Dio et il popolo tutto che era nella chiesa con prieghi ad alta voce dimandava a Dio misericordia, strepitavano quasi su tutte le porte della chiesa, et intorno, tamburri, trombe, carozze di concorso, gridi e tumulti di tornei, correrie, giostre, mascherate.”
Nel 1630, dopo la terribile peste descritta dal Manzoni nei “Promessi Sposi”, il Cardinale Federico Borromeo e il governo spagnolo cercarono di abolire quei quattro giorni in più di festa, ma purtroppo senza successo.
I santi hanno lottato con coraggio. A noi proseguirne senza remore e timore, l'opera eroica e lodevole.

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