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sabato 28 novembre 2015

La Sapienza della Croce



I peccati occulti.
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San Luigi Maria Grignion de Montfort scrive che “Chi non ha lo spirito di Gesù Cristo, che è lo spirito della Croce, non appartiene a Cristo (Rom., VIII, 9)” (Lettera Circolare agli amici della Croce, in Opere,Roma, Centro Mariano Monfortano, 1977, p. 219).
Inoltre: «Dio permette che i suoi più grandi Santi cadano in qualcuna delle colpe più umilianti, sia per abbassarli di fronte a se stessi e agli altri, sia per distogliere il loro sguardo e il loro pensiero da un ripiegamento vanitoso sulle grazie che Egli loro concede e sul bene che fanno, “perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor., I, 29). […]. Appena il nostro spirito, si sofferma con occhio di compiacenza su qualche dono di Dio, subito questo dono, quest’azione, questa grazia si macchia e si rovina, e Dio ne distoglie lo sguardo. […]. A quante umiliazioni e croci Dio ci manda allora incontro! In quante colpe ci lascia cadere» (Lettera Circolare agli amici della Croce, in Opere,Roma, Centro Mariano Monfortano, 1977, pp. 242-243).
S. Agostino dice che “Dio sopporta meglio le azioni cattive accompagnate dall’umiltà, che non le opere buone infettate dall’orgoglio”. S. Gregorio Nisseno aggiunge: “Un carro di buone opere, ma tirato dalla superbia, conduce all’inferno, mentre un carro di peccati, ma condotto dall’umiltà, arriva in Paradiso”.
In breve la via per giungere all’umiltà sono le umiliazioni e non c’è umiliazione più grande che quella di vedere le nostre miserie e di toccarle con mano.
Sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali ci insegna che per unirci a Cristo dobbiamo imitarlo a “patire ogni ingiuria, ogni disprezzo” (La Regalità di Cristo e la sua chiamata, n. 98). Inoltre Gesù ci chiama “al desiderio degli obbrobri e dei disprezzi, perché da queste due cose nasce la vera umiltà” (I due stendardi, n. 146). Infine ci ammonisce che per amare, imitare e rassomigliare veramente a Gesù Cristo dobbiamo “scegliere gli obbrobri con Cristo coperto di essi piuttosto che onori, e preferire essere stimati da niente e stolti per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che savio e prudente agli occhi del mondo” (I tre gradi di umiltà, n. 167).
La vera devozione alla Madonna
Perciò tra tutte le devozioni bisogna scegliere quella che meglio ci aiuta a scoprire e vincere i nostri “peccati occulti” (sormontando le notti oscure, portando la nostra croce, accettando le umiliazioni) e questa è la devozione alla Madonna.
San Luigi Maria Grignion de Montfort spiega con un semplice esempio che “Quando si versa dell’acqua pura e limpida in un vaso che sa di cattivo, o del vino in una botte guasta, l’acqua limpida e il buon vino prendono facilmente cattivo odore. Lo stesso avviene quando Dio mette le sue grazie e rugiade celesti nel vaso dell’anima nostra, guastata dal peccato originale e attuale: i suoi doni ordinariamente si corrompono a causa del cattivo lievito e del fondo cattivo lasciati in noi dal peccato, e le nostre azioni, non escluse quelle ispirate dalle virtù più sublimi, ne risentono” (Trattato della vera devozione a Maria Santissima, parte II, cap. I, § 3, n. 78, in Opere, Roma, Centro Mariano Monfortano, 1977, p. 312).
Di qui la necessità della vera devozione a Maria per vuotarci del cattivo fondo che rimane in noi. Infatti da noi stessi non vi riusciremmo mai, sia perché nessuno è buon giudice di se stesso e cercheremmo di coprire o di non mettere a fuoco le nostre cattive inclinazioni, sia perché non abbiamo da soli la forza necessaria per estirparle totalmente, abbiamo bisogno della grazia di Dio, che è distribuita da Maria “Mediatrice universale di ogni grazia”.
Per cui in primo luogo dobbiamo conoscere bene, con la luce dello Spirito Santo e il buon consiglio di Maria, le nostre cattive inclinazione e soprattutto quelle più nascoste ai nostri occhi carnali.
Poi con l’aiuto dello Spirito Paraclito e di Maria possiamo avere la forza per combatterle e sradicarle del nostro animo. Non a caso uno dei sette Doni dello Spirito Santo è quello del Consiglio e una delle litanie della Madonna la invoca quale “Mater Boni Consilii”.
La devozione o schiavitù mariana è definita da San Luigi de Montfort “un segreto nell’ordine della grazia per fare in poco tempo, con dolcezza e facilità operazioni soprannaturali, come lo spogliarsi di sé, il riempirsi di Dio e il divenire santi” (Ibidem, parte II, cap. I, par. 3, n. 82, p. 315).
La devozione alla Madonna è necessaria anche a causa della nostra condizione di natura ferita, la quale è talmente inclinata al male che se ci appoggiassimo alle sole nostre capacità le nostre azioni rischierebbero fortemente di essere macchiate dall’amor proprio.
San Luigi de Monfort scrive: “Quanti cedri del Libano e stelle del firmamento si son visti cadere miseramente e perdere in pochissimo tempo tutta la loro altezza e il loro splendore! Da che dipende questo strano cambiamento? Non certo da mancanza di grazia divina, ma da mancanza di umiltà. Si credevano, [occultamente e impercettibilmente, ndr], più forti e più abili di quanto non fossero. […]. Così per questo loro appoggio sulle loro forze, anche se pareva loro di contare soltanto sulla grazia di Dio, il Signore ha permesso che siano stati derubati e abbandonati a se stessi” (Ibidem, parte II, cap. I, par. 5, n. 87, pp. 319-320).
È chiarissimamente espresso qui il concetto di “peccato occulto”, ossia ci si appoggia su di sé, per un certo impercettibile e inconfessabile amor proprio, egoismo e orgoglio spirituale, non esplicitamente ma occultamente, sembra che si conti solo su Dio invece si segue il proprio “io” ed allora si va incontro alla rovina illudendosi di avanzare sulla via della santità, che è puramente esteriore e per nulla affatto reale e interiore.
Il rimedio proposto dal Santo de Montfort è quello di affidare a Maria Santissima il tesoro della grazia divina, che portiamo in vasi fragili (2 Cor., IV, 7), affinché ce lo custodisca e ci difenda dal nostro peggior nemico, che non è il mondo e neppure il demonio, ma il nostro “io” nel quale vive “quel certo spirito di proprietà che si insinua impercettibilmente anche nelle migliori azioni” (Ib., parte III, cap. II, par. 1, n. 137, p. 349) e che biblicamente si chiama “peccato occulto” (Sal., XIX, 13).
La Madonna è colei che “purifica le anime da ogni macchia di amor proprio e dall’impercettibile attaccamento alla creatura che si insinua insensibilmente anche nelle migliori azioni” (Ib., parte III, cap. II, par. 3, n. 145, p. 355).
Infatti “Gesù esamina il dono che gli facciamo e spesso lo respinge per le macchie di amor proprio di cui è contaminato” (Ib., parte III, cap. II, par. 3, n. 149, p. 356).
“Con la luce che lo Spirito Santo ci darà per mezzo di Maria conosceremo il nostro fondo cattivo, la nostra corruzione ed incapacità di ogni bene soprannaturale […]. In seguito ci disprezzeremo come una lumaca che tutto insudicia con la sua bava […]. Insomma la Vergine Maria ci renderà partecipi della sua umiltà profonda, per cui ci disprezzeremo, non disprezzeremo nessuno ed ameremo di essere disprezzati” (Ib., parte III, cap. IV, par. I, n. 213, pp. 399-400).
Conclusione
Raccomandiamoci a Maria con la bella preghiera che ha scritto San Luigi de Montfort: «Tenete, mia cara Madre, tutto ciò che ho fatto di bene con l’aiuto della grazia di vostro Figlio; io non sono capace di mantenerlo a causa della mia debolezza e della mia incostanza. Purtroppo si vedono tutti i giorni i cedri del Libano cadere nella polvere e le aquile che s’innalzavano sino al sole diventare uccelli notturni; “mille giusti cadono alla mia sinistra e diecimila alla mia destra”. Perciò mia potentissima Regina, mantenete e custodite tutto il mio bene perché ho paura che me lo rubino, sorreggetemi perché ho timore di cadere; io vi do tutto ciò che ho. “Depositum custodi”. “Scio cui credidi”. So bene chi siete ed è per questo che mi raccomando e consacro totalmente a voi; voi siete fedele a Dio e agli uomini e voi non permetterete che perisca nulla di ciò che io vi confido; voi siete potente e nessuno può nuocervi né tanto meno rapire ciò che avete tra le vostre mani» (Il segreto di Maria, parte II, cap. 3, par. 5, n. 40, inOpere, Roma, Centro Mariano Monfortano, 1977, p. 460).

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