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lunedì 22 giugno 2015

La Sindone



E’ un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce, con una tecnica raffinata in uso soprattutto in Siria nel 1° sec. d.C., lungo 4 metri e 36 cm e largo 111 cm., color giallino, sul quale è visibile la figura di un uomo alto più o meno 176 cm, con barba e capelli lunghi, muscoloso, visto di fronte e posteriormente.
Le due immagini sono poste testa contro testa, e sono di colore più scuro rispetto al telo.
La storia documentata risale al 1353, quando Geoffroj de Charny, discendente del più famoso, omonimo, cavaliere templare fatto bruciare sul rogo, fece costruire nelle sue terre di Lirey una cappella per custodirla ed esporla alla pubblica devozione.
In seguito fu ereditata dalla nipote Marguerite che la cedette ad Anna di Lusignano, moglie del duca Ludovico di Savoia, il 22 marzo 1453.
Dal 1578 fu trasferita a Torino per consentire a San Carlo Borromeo, che lo desiderava, di venerarla senza dover affrontare il faticoso viaggio oltre le Alpi.
Nel 1694 fu sistemata nell’apposita cappella adiacente alla cattedrale, progettata dall’architetto Guarino Guarini.

E prima?
Vengono fatte varie ipotesi, fra queste una piuttosto suggestiva e accreditabile, che si avvale di un’antica tradizione, racconta che il Sudario di Gesù venisse tenuto nascosto per paura che Giudei rispettosi della Legge Mosaica lo distruggessero perché impuro e successivamente per salvarlo dalla furia iconoclasta che non tollerava la venerazione delle immagini.
E’ documentata l’esistenza di un’immagine Acheropita (non fatta da mani d’uomo) col volto di Nostro Signore ad Edessa, antica città turca, fin dal 544, il cosiddetto Mandylion.
Anche l’imperatore di Bisanzio Costantino VII che regnò dal 912 al 954 ed era esperto di pittura, fornisce in un suo discordo delle indicazioni interessanti: “Quanto alla causa per cui, grazie ad una secrezione liquida senza materia colorante né arte pittorica, l’aspetto del viso si è formato…bisogna lasciarlo all’inaccessibile saggezza di Dio”. Egli riteneva che l’immagine si fosse formata per contatto col sudore e il sangue durante la passione di Cristo. Era fissata su una tavola ornata d’oro, le copie mostrano un rettangolo più lungo che largo.
Nel 944 gli eserciti cristiani entrati vittoriosi ad Edessa dopo aver sconfitto il sultanato arabo, portarono a Costantinopoli la preziosa reliquia. Allora avvenne la scoperta che si trattava di un telo piegato in otto parti e sul quale è visibile la figura di Cristo per intero e non solo il volto. Robert de Clary, nella sua “Conquete de Costantinople” del 1204, racconta che, prima della conquista della città, una Sindone sulla quale era chiaramente visibile la figura di Cristo, veniva esposta ogni venerdì .
Una ricchissima iconografia fa riferimento all’immagine sindonica e alcuni esempi li ritroviamo anche in Italia: ad esempio nelle catacombe di San Ponziano che risalgono al VI° sec., nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni a Genova e nella chiesa di Mottola a Bari.
E’ probabile che il modello dell’Uomo della Sindone abbia influenzato molti antichi dipinti ed icone dove Cristo viene raffigurato come zoppo. Infatti l’immagine sul lenzuolo ha i piedi posti in modo che uno sembra più corto dell’altro e questo potrebbe essere l’origine della leggenda di Gesù claudicante.

Le storiche e famosissime fotografie dell’avvocato Secondo Pia del maggio 1898 mostravano un’immagine molto più nitida e netta nel negativo, rispetto all’originale, dando l’avvio a tutta una serie di studi resi possibili dalle tecniche moderne che, però, non hanno permesso di chiarirne il mistero.
Non esiste traccia di pigmento colorato o pittura.
Sono state trovate tracce di sangue umano del gruppo AB, il meno comune: lo troviamo solo nel 5% degli individui.
Sulle orbite si vedono le impronte di due monete coniate dall’imperatore Tiberio intorno al 30 d.C.
Sono state riscontrate oltre 90 specie di pollini diversi, la stragrande maggioranza dei quali proviene dal bacino del Mediterraneo e moltissimi dall’area intorno a Gerusalemme.
L’immagine è in “negativo”, come i negativi fotografici.
Con elaborazione dei diversi toni di colore in rilievi verticali di diversa altezza, si ottiene una forma tridimensionale del corpo, ben proporzionata e senza distorsioni. Questo è impossibile applicando la stessa tecnica ad un dipinto o ad una fotografia.
L’immagine interessa solo le fibrille più superficiali del lino e sul rovescio della stoffa non c’è.
Sotto le tracce di sangue non c’è immagine. Il sangue, depositatosi per primo, ha schermato la zona sottostante quando, successivamente si è formata.
Le indagini condotte nel 1988 col carbonio 14 ne avevano datato l’origine intorno all’epoca medievale, ma successivi accertamenti hanno stabilito che l’inquinamento batterico e gli incendi subiti provocavano un arricchimento di carbonio e quindi un ringiovanimento del tessuto…
E’ stata attribuita a Leonardo da Vinci nonostante ne sia storicamente documentata l’esposizione pubblica quarant’anni prima della sua nascita.
E’ stata attribuita ad uno sconosciuto pittore del Medio Evo, esperto nell’anatomia e nella fisiologia umana, unico del suo tempo, che avrebbe precorso scoperte avvenute nel 1800 e nel 1900 (!!!) e che sarebbe stato in grado di lavorare sopra una scala con un pennello lungo due metri e usando colori sconosciuti e che non recano tracce di pigmento.
E’ stato detto che è l’opera di un abilissimo falsario che ha usato una tecnica ignota che nessuno degli scienziati moderni, con i sofisticati mezzi attuali, è stato in grado di spiegare e soprattutto di riprodurre.

Chi è l’Uomo della Sindone?
Un giovane sui trenta-trentacinque anni, con barba e capelli lunghi, muscoloso, probabilmente abituato ai lavori manuali, ha camminato scalzo, come si vede dal terriccio presente sul tallone.
Le misurazioni antropometriche delle due immagini, anteriore e posteriore, danno un’altezza di circa 176 cm. I tratti somatici sono compatibili con quelli semitici.
La testa appare chinata in avanti, come avviene nei cadaveri a causa del rigor mortis, il collo si vede bene nell’immagine dorsale, ma non in quella frontale. Sono state riscontrate le ferite di centoventi colpi di flagello inferti da due diverse angolature. Probabilmente i carnefici erano due e l’hanno colpito prima quando era in stazione eretta, poi chinato in avanti.
Gli avambracci sono ben visibili e le mani sono incrociate sul pube, la sinistra sopra la destra. Sul polso sinistro si vede una ferita compatibile con l’infissione di un chiodo fra gli ossicini del carpo. La lesione del nervo mediano ha provocato la deviazione dei pollici che sono coperti dalle altre dita.
Si nota l’impronta del calcagno e delle dita del piede destro, mentre il sinistro è sollevato. Anche il polpaccio destro è più evidente. Se ne deduce che la rigidità cadaverica sia sopraggiunta quando la gamba sinistra era in flessione, per cui appare più corta. (Da qui l’iconografia che raffigura Gesù zoppo.) Verosimilmente il piede destro appoggiava contro il legno della croce, mentre il sinistro era sopra il collo del destro e furono inchiodati in questa posizione.
E’ stato coronato con un casco di spine.
E’ stato colpito sulla faccia e ha una ferita allo zigomo destro e al naso.
Ha portato il palo della croce sulla spalla e ha escoriazioni profonde sul ginocchio per le cadute.
Ha una ferita al costato infertagli dopo la morte infatti ne è uscito sangue e siero separatamente.
E’ stato deposto nel sudario senza essere lavato e vi è rimasto meno di trentasei ore perché non vi sono segni di putrefazione.

La Chiesa Cattolica non si è espressa ufficialmente rispetto alla sua autenticità, delegando questo compito alla scienza, ma lasciando liberi i fedeli di venerarla come icona della Passione di Nostro Signore.
Di fatto non aggiunge nulla alla nostra fede, fondata sull’Annuncio apostolico, ma, come diceva Giovanni Paolo II°, : “Nella Sindone si riflette l’immagine della sofferenza umana, come l’icona della sofferenza dell’innocente di tutti i tempi. Essa è un testimone muto ma sorprendentemente eloquente della Passione, morte e resurrezione di Cristo.” E di questo dobbiamo tener conto.
Accettiamola come un dono che Dio, vivo e presente nella SS. Eucarestia, ha voluto farci, perché anche noi, come fu per l’Apostolo Tommaso, potessimo vedere e toccare i segni della Sua Passione.

(Tratto dal sito QUMRAN)

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